Intellighenzia

Settembre 30, 2008 on 10:22 am | In politica scolastica | No Comments

Uno degli aspetti più sconcertanti, che imbarazzano e generano indifferenza e disimpegno nella società civile, è il ruolo assunto in questa nuova stagione politica da certa stampa e da alcuni autorevoli commentatori politici rispetto al problema della scuola. Questa volta il ministro ombra Garavaglia tenta una risposta e una difesa.
Dal mio punto di vista l’articolo di Angelo Panebianco IL RIFORMISMO BOCCIATO ha suscitato sdegno e rabbia,ma anche stimolo a replicare e rimettere nel giusto verso la questione.
Riporto una parte del fondo di Panebianco sul Corriere, un vero e proprio modello di cialtroneria mediatica. Il nostro infatti fonda la sua analisi su basi inesistenti, cioè su di un giudizio sulla scuola strettamente funzionale alla sua argomentazione, carente sul piano della memoria storica e della consapevolezza pedagogica e sociale,  che vuole solo sorreggere la tesi per cui il partito democratico è un partito conservatore, zavorrato da un sindacato ancora più retrivo nelle sue rivendicazioni.

ANCORA UNA VOLTA SI USA LA SCUOLA PER FARE POLITICA

Analizziamo le varie sequenze
[…] Il miglior test per sondare lo «spessore riformista » di un partito italiano consiste nel valutare le posizioni che esso assume sulla scuola. La scuola pubblica è come l’Alitalia: rovinata da decenni di management interessato a garantirsi clientele e da un sindacalismo cui si è consentito di cogestirla con gli scadenti risultati (in tema di preparazione dei ragazzi) che i confronti internazionali ci assegnano. Solo che nel caso della scuola pubblica non ci sono cordate di imprenditori o compagnie straniere cui affidarla. Proprio nel caso della scuola il Partito democratico sta fallendo il test sullo spessore riformista.”

Il paragone della scuola con Alitalia non regge. Solo aspetto in comune è l’essere due asset strategici per lo sviluppo del paese; ma proprio questo aspetto dovrebbe far riflettere il nostro e portarlo a ponderare il giudizio. Il riferimento alle cordate e alle scalate è una spia della prospettiva riduzionista in cui si muove l’analisi di Panebianco. Qui non si tratta di fare del business spicciolo, come paiono intenzionati i “capitani coraggiosi”, ma di guardare al futuro del paese. Se lo strapotere sindacale ha fatto danni il motivo era che al potere politico tornavano bene i conti. In un’ottica aziendalista, fatta di tagli (ricordate i tagliatori di teste delle prime liberalizzazioni?)può forse entrarci Alitalia ma mai la scuola, che come ci ricorda il collega De Nitto “… non è un’agenzia erogatrice di servizi, che non si occupa e preoccupa di mettere tutti in condizioni di fruirla. La differenza tra la scuola della Costituzione e le altre “agenzie” sta proprio qui. Il decondizionamento sociale costa…”

Perché ha scelto ancora una volta (come faceva il Pci/Pds/Ds) di accodarsi acriticamente alle posizioni della Cgil, di un sindacato che, in concorso con altri, porta pesanti responsabilità per lo stato disastrato in cui versa la scuola, un sindacato interessato solo alla difesa dello status quo (come è successo, del resto, nel caso di Alitalia fin quando ha potuto). Prendiamo la questione del ritorno al maestro unico deciso dal ministro Gelmini. Sembra diventato, per la sinistra, sindacale e non, il simbolo del «vento controriformista» che soffierebbe oggi sulla scuola. Al punto che, come è accaduto a Bologna, si arriva persino a far sfilare i bambini contro il ministro (nel solco di una tradizione italiana, antica e spiacevole, di uso dei bimbi per fini politici). Si fa finta di dimenticare che la riforma della scuola elementare del 1990, quella che abolì il maestro unico, fu un classico prodotto del consociativismo politico-sindacale che caratterizzava tanti aspetti della vita repubblicana. Nel caso della scuola funzionava allora un’alleanza di fatto fra Dc, Pci e sindacati. L’abolizione del maestro unico fu dettata esclusivamente da ragioni sindacali.”

Quello della difesa dello status quo è un ritornello ormai così abusato da rendersi ridicolo.
E buon ultimo l’ha fatto proprio anche il Capo dello Stato. Ma non vi sembra assurdo che di questo vengano tacciati gli insegnanti, che ormai da un decennio convivono con la RIFORMA CONTINUA, mentre loro, i riformatori, danno segni di sempre più evidente confusione mentale? Quale sarebbe poi questa tradizione italica antica e spiacevole e da chi sarebbe sfruttata, oggi che proliferano le celebrazioni ufficiali dell’avvio dell’anno scolastico e che i bambini sono considerati un target, un segmento di mercato da conquistare? Sul fatto poi che l’abolizione del maestro unico, o meglio il passaggio al team docente fosse dettata da ragioni sindacali, anche qui siamo ad una valutazione politologica da una prospettiva evidentemente ristretta. Al nostro manca sicuramente alcuna conoscenza dei programmi del 1985, su cui molti tra cui il sottoscritto si sono spesi per affrontare i concorsi d’accesso all’insegnamento, e che sono tra i più avanzati al mondo, vanamente rincorsi dalla sequela di documenti scalcinati (le Indicazioni Nazionali) di questi pseudo riformatori. Un documento pedagogico insuperato, che profila una scuola elementare all’avanguardia, dove si riconosce la pluralità dei saperi e si chiede di valorizzare la pluralità di competenze e di figure docenti. Questo “mandato” è stato solo in parte realizzato dalla 148. Le figure specialistiche dell’insegnante di lingua straniera e dell’operatore tecnologico, ad esempio, non sono mai state riconosciute nella scuola primaria, e tutte le sperimentazioni della seconda stagione (quella dell’autonomia, dal 1997 in poi) NON HANNO AVUTO NESSUNA RICADUTA ORDINAMENTALE, non hanno razionalizzato un bel niente. La riforma vera e propria è stata demandata alle scuole autonome, mentre lo Stato si è ritirato nella sua funzione puramente amministrativa, FINO A PROMUOVERE AL MASSIMO GRADINO L’AVVOCATO GELMINI, che forse Panebianco paragonerà al commissario liquidatore Fantozzi.

“E’ antipatico citarsi ma alla vigilia dell’approvazione della legge scrissi su questo giornale: «Nonostante le nobili e altisonanti parole con cui l’operazione viene giustificata la ratio è una soltanto: bloccare qualsiasi ipotesi di ridimensionamento del personale scolastico come conseguenza del calo demografico e anzi porre le premesse per nuove, massicce, assunzioni di maestri. Non a caso sono proprio i sindacati i più entusiasti sostenitori della riforma (…) Questa classe politica ha sempre trattato così la scuola, incurante delle esigenze didattiche ma attentissima a quelle sindacali» (Corriere della Sera, 22 novembre 1989).

Cosa aggiungere alla memoria formidabile di Panebianco? E’ evidente che sui successivi 20 anni non ha niente da ricordare. I pregiudizi irrigidiscono anche le menti più lucide e impediscono di vedere quanto succede intorno. La scuola dei moduli ha comunque inconfutabilmente arricchito perlomeno quantitativamente il servizio offerto. C’è chi crede che l’arricchimento sia stato anche qualitativo, certo non sono state tutte rose e fiori.
Ma nel buco nero della sua memoria ci sono anche i cambiamenti sociali e culturali prodottisi in questi ultimi 20 anni, a cui la scuola ha dovuto adeguarsi e che hanno prodotto un mutamento genetico della professionalità insegnante. Una professione non più così ambita, tradizionale serbatoio di lavoro femminile, ma che oggi richiede una rimodulazione che non può essere affidata alla sola buona volontà dei singoli o ai piani, questi si costosissimi e fallimentari, di formazione promossi dalle agenzie para-ministeriali (ANSAS su tutte).

“Veltroni e il Partito democratico dovrebbero spiegarsi: è quella cosa lì che, ancora una volta, vogliono difendere? Per il futuro vedremo ma la verità è che, fino a questo momento, il ministro Gelmini ha fatto pochi errori. I provvedimenti fino ad ora adottati sono di buon senso e per lo più tesi ad arrestare il degrado della scuola. Ma, anziché riconoscerlo e dare il proprio contributo di idee e di proposte (come dovrebbe fare un vero partito riformista, ancorché all’opposizione), il Partito democratico preferisce ripercorrere l’antica strada: quella della «mobilitazione», della sponsorizzazione dei sindacati, anche quando questi difendono posizioni indifendibili.”

Al solito il ragionamento è retoricamente capzioso. A chi domanda se vogliamo difendere “quella cosa lì” va di rovescio chiesto se quella cosa che propongono sia LA RIFORMA DELLA SCUOLA. Da dove dovrebbe emergere il miglioramento? Come dovremmo cambiare le prassi didattiche? Contando sull’aumento del numero di alunni??????
Ovvero riducendo le ore e financo gli anni di scuola superiore? O forse aumentando le dimensioni del progettificio, vendendo una quota azionaria ai privati che si accingono a sedersi nei futuri consigli di amministrazione?
Ma il politologo vuol continuare a vedere solo i provvedimenti finora adottati (grembiulino, voto in condotta, nuove materie educative), e in loro il buon senso. E su questo chiede il nostro contributo, magari sul colore del vestitino o sulla tipologia delle punizioni.
Guarda al dito e non vede la luna…

“Non è casuale che proprio sulla scuola la Cgil si appresti a fare lo «sciopero generale ». Difende un potere di cogestione che viene da lontano e che ha contribuito a danneggiare assai la scuola (dove la quasi totalità delle risorse se ne va in stipendi a insegnanti troppo numerosi, mal pagati e mal selezionati). Un potere di cogestione che fino ad oggi ha sempre potuto contare sulla complicità di governi e opposizioni. Non è plausibile che nel Partito democratico siano tutti felici di queste scelte (che danno un brutto colpo alla credibilità del Pd come partito riformista). E infatti non è così. Ricordo un intervento critico di Claudia Mancina ( Il Riformista) sulle attuali posizioni del Pd sulla scuola. O le parole per nulla critiche nei confronti della Gelmini pronunciate (a proposito della polemica sull’ impreparazione di certi insegnanti meridionali) da uno che di scuola se ne intende: l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer. Sarebbe bene che anche molti altri, dentro il Partito democratico, venissero allo scoperto. Ha senso continuare a trattare la scuola pubblica come un «dominio riservato» del sindacalismo?”

Quali sono gli elementi riformatori proposti dall’attuale maggioranza AL FINE DI QUALIFICARE LA PROFESSIONALITA’ DEGLI INSEGNANTI? Non se ne vedono, a meno che non si creda sia tale la soppressione delle SISS o la chiamata nominale del Dirigente Scolastico. Sulla questione dell’impreparazione degli insegnanti qualche colpa l’avranno anche i chierici di regime che si stracciano le vesti; in particolare quell’Università da cui provengono i professori, e che sicuramente avrà poco da rallegrarsi per le conseguenze di questa improvvida legge, che vedrà sicuramente azzerarsi l’appeal delle facoltà umanistiche e di Magistero in particolare, di cui forse bisognerà prevedere una prossima imminente soppressione.
Con buona pace dei sindacati e del sindacalismo che non morirà, perché

IL PENSIERO UNICO NON PASSERA’

P.S. Tra parentesi confesso che ho trovato l’articolo sul giornale on line IL LEGNO STORTO, che sto leggendo in quest’ultimo periodo per monitorare gli umori viscerali di questa destra al potere. Ebbene, al momento i 6 commenti accodati dagli utenti registrati, solitamente smaccatamente favorevoli alle provocazioni populiste di questa stampa, sono tutti critici e denotano contrarietà e dispetto riguardo alla claque (sic) che accompagna i virtuosismi dialettici e televisivi del ministro Gelmini, manifestando seria preoccupazione per le conseguenze dell’intervento governativo sulla scuola pubblica.

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